La peste e io. Tutti possono sopravvivere a tutto

La peste e io. Tutti possono sopravvivere a tutto - Betty MacDonald | Rochesterscifianimecon.com

...conseguenze della peste nera del '300 e della pestilenza del '600, che si diffusero in Europa riducendone di un terzo la popolazione "Quindi tutto un uomo poteva vincere nel conflitto tra la peste e la vita era la conoscenza e ricordi" ... PDF LA PESTE NELLA LETTERATURA - Parafrasando ... . "Una volta che la peste aveva chiuso le porte della città, si erano sistemati ad una vita di separazione, escluso dal calore vivente che dà l'oblio di tutti". Dopo tutto, sono state le azioni di suo padre - o peccati, per usare un termine biblico - a provocare tutto. Dopo essere sopravvissuto alla nascita e all'abbandono, uccide Laio in preda all'ira, ma anche per autodifesa, poiché era stato spinto fuori strada da Laio, che lo aveva anche colpito. La letteratura ancora una volta ci permette di ... (NUOVO o USATO) La La peste e io. Tutti possono ... ... . Dopo essere sopravvissuto alla nascita e all'abbandono, uccide Laio in preda all'ira, ma anche per autodifesa, poiché era stato spinto fuori strada da Laio, che lo aveva anche colpito. La letteratura ancora una volta ci permette di comprendere psicologie e reazioni di massa e i nomi evocati, a ogni epidemia vera o presunta, sono Manzoni, Tucidide, Boccaccio, Defoe, qualcuno aggiunge La peste di Albert Camus o The scarlet plague (1912), il romanzo di Jack London ambientato nel 2013 in cui si racconta di una malattia chiamata 'peste scarlatta' che elimina quasi del tutto ......

INFORMAZIONE

AUTRICE/AUTORE
Betty MacDonald
DIMENSIONE
7,72 MB
NOME DEL FILE
La peste e io. Tutti possono sopravvivere a tutto.pdf

DESCRIZIONE

Colpita a trent'anni dalla tubercolosi, malattia non inusuale ai tempi e terrorizzante come un brutto tumore oggi, Betty viene ricoverata in sanatorio per un periodo di tempo imprecisato. La cura - all'epoca non esistevano antibiotici adatti - era particolare: all'inizio i pazienti dovevano giacere a letto immobili per settimane. Non potevano parlare, non potevano leggere né scrivere, non potevano alzarsi, non potevano ridere. Prima di tutto, però, Betty è affetta da una felice attitudine alla vita, alla gente, all'ironia, che le consente di guardare in faccia la malattia e le regole apparentemente folli del sanatorio. Pur non tacendo là paura, la disperazione, certi tratti meschini della vita in ospedale (o, forse, della vita in generale?) è capace di sorriderne, di avere pietà degli altri e anche di se stessa. In queste pagine si nasconde una storia molto particolare, triste ma al tempo stesso comica, che spiazza il lettore, forse un po' intimidito dalla lucidità quasi spietata di questa donna coraggiosa; poi, quasi suo malgrado, si ritrova a vivere, soffrire, ridere e infuriarsi con lei, si sente a casa nella vita claustrofobica e artificiale del sanatorio, viene sedotto dal fascino di alcuni personaggi e urtato dalla pochezza e grettezza di altri. Senza averne l'aria e forse senza volerlo, MacDonald offre una grande lezione di vita a chi desidera coglierla; è inutile far finta di non vedere la disperazione, il brutto, la sventura; molto meglio accogliere questi immancabili compagni di certi periodi dell'esistenza con una risata - anche se un po' a denti stretti.

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